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11/09/2017 - La prima settimana

Ho pensato tanto a come raccontare questa mia nuova avventura, ma non trovavo le risposte.
Ho pensato a chi da casa mi leggerà, e saprà che in ogni mio gesto e parola c’è un pezzetto di noi.
Ho pensato che mi trovo nuovamente catapultata dall’altra parte del mondo e che vesto ancora una volta i panni di una Donnavventura.
Poi ho pensato che in realtà non ho mai smesso…
E ho deciso. Il modo più vero e realistico per raccontare questa spedizione è attraverso gli occhi curiosi di una bambina, dei suoi amici e del loro mondo di favole. Questa è la prima storia.
Quella di Nana e Twiga.
Nana e Twiga sono due amiche, che hanno percorso insieme un pezzettino di strada, dalla capitale kenyota, Nairobi, fino ai piedi del Monte Kenya.
Nana è una bimba vivace a cui piace correre all’aria aperta e giocare. Ha un fisico minuto e una cascata di riccioli biondi ad incorniciare un viso paffuto e dolce, occhi verdi con pagliuzze dorate che ispirano tenerezza a chiunque li guardi.
Twiga è una giraffa, ma non un esemplare comune, bensì una giraffa di Rothschild. Il suo manto è diseguale, con macchie scure molto distinte. Ha la parte inferiore delle zampe bianca, sembra quasi che indossi sempre dei calzini. Ha da poco compiuto tre anni e, nonostante i suoi habitat naturali siano le savane aperte e la boscaglia, ora vive ad una manciata di chilometri da Nairobi, nel centro delle giraffe gestito dall’African Found for Endangered Wildlife. E’ stata portata qui quando aveva pochi mesi ed ora la stanno riabituando a vivere allo stato brado per poterla riportare dal luogo da cui è venuta: il Masai Mara.
Sono quasi le dodici di una calda mattinata di settembre quando lo sguardo di Nana si posa sul lungo collo di Twiga. Da quel momento non si sarebbero più lasciate.
La prima tappa del loro viaggio le porta al David Sheldrick Wildlife, un orfanotrofio per elefanti, dove Twiga vuole far conoscere a Nana il suo amico Claclock, un cucciolo di elefante rimasto ferito che in questo centro viene curato e accudito. Si prendono cura di lui e lo nutrono con un latte in polvere molto speciale che è stato portato qui dalla moglie di David Sheldrick, anatomista inglese fondatore di questo orfanotrofio.
Le due compagne di viaggio non possono tuttavia trattenersi a lungo perché per Twiga la strada verso il Masai Mara è ancora molto lunga e la sfida più grande è sicuramente quella di uscire dal traffico di Nairobi. Per fortuna è sabato e le macchine sono sicuramente molte meno rispetto al solito, ma è comunque difficile riuscire a destreggiarsi tra pulmini fatiscenti che pompano musica a tutto volume, personaggi stravaganti che vendono di tutto, camminando sulla linea di mezzeria che separa le corsie di una strada che dovrebbe essere a scorrimento veloce, e motorini che sfrecciano in tutte le direzioni a folle velocità.
Questa però è la bellezza di Nairobi, dove non c’è un’ora di punta o una regola: è caotica, colorata e vivace come i suoi quattro milioni di abitanti.
Qualcuno dice loro che l’impresa più impegnativa è quella di arrivare alla prima roundabout, da li poi la strada è tutta in discesa… ed è proprio così. Una volta raggiunta la rotonda alle cui spalle spicca il moderno palazzo della University of Nairobi, il traffico quasi miracolosamente scompare.
Nana e Twiga procedono ad un ritmo incessante, condividendo qualche banana acquistata dai venditori ai bordi delle strade e raccontando l’una all’altra parentesi di vita e segreti di cui solo in pochi sono a conoscenza.
Il tempo scorre veloce, così come i chilometri che percorrono.
Le piste di terra rossa portano le due protagoniste all’interno di villaggi, dove la vita scorre lentamente, scandita solo dal ritmo delle macchine che sfrecciano sulla strada principale che taglia il centro abitato.
Dopo una rapida sosta a Nyeri per vedere più da vicino Paxtu, residenza Kenyota del fondatore del movimento mondiale dello scoutismo, sir Robert Baden-Powell, è già tempo di orientare lo sguardo ancora più a nord, verso Nanyuki. Nana ogni tanto si lamenta per la stanchezza accumulata durante le tante ore di cammino, Twiga invece non sopporta che quella piccola peste continui a ripararsi all’ombra della sua pancia e cerchi in tutti i modi di aggrapparsi al suo collo per salire, ma questo è il loro ritmo, vivono quasi in simbiosi e sarà molto difficile per la bimba abituarsi poi all’assenza della sua amica speciale.
Nelle loro menti è ancora vivo il ricordo della prima sera a Nairobi, quando si sono conosciute e sono andate a sbirciare nel loro posto preferito, il giardino dell’Ambasciata Italiana a Nairobi. Le luci erano accese e il tavolo apparecchiato per le grandi occasioni. Un pigro e sonnolento pastore tedesco faceva la guardia sugli scalini dell’ingresso sul retro, ma loro sono riuscite comunque a scorgere, dalle vetrate, le sagome di sei ragazze con dei cappelli molto strani. Erano vestite tutte uguali, portavano attaccata alla cintura una radio con cui parlavano tra di loro e per tutta la sera hanno raccontato all’Ambasciatore e agli altri commensali le loro avventure. Nana quella sera aveva deciso che le avrebbe raggiunte, perché quando sono uscite in giardino le ha sentite parlare della loro tappa successiva, il Monte Kenya.
Ormai è buio, ma le due instancabili amiche non smettono di camminare, sono arrivate nella zona degli altopiani centrali e Twiga non è abituata alle temperature e al clima della foresta che contraddistingue quest’area, soffre un po’ ma non lo dà a vedere, la sua missione è accompagnare nana fino al Monte Kenya. E’ sicura che da lì in poi la sua amica troverà un nuovo compagno per proseguire il suo cammino, mentre lei si dirigerà verso casa, la sua amata terra dei Masai.
Le stelle iniziano a non vedersi più e il cielo si tinge piano piano di azzurro. Nana incrocia ancora una volta i grandi occhioni di Twiga, che le rivolge uno sguardo pieno di amore che al tempo stesso sembra dirle “arrivederci amica mia, stai attenta e prenditi cura di te”. La bimba annuisce in silenzio e una lacrima le scende inaspettatamente lungo le guance. Non fa in tempo ad asciugarla che Twiga con il muso la spinge sotto la sua pancia. Il suo ultimo regalo: proteggerla nel suo posto preferito. Nana rivolge lo sguardo verso il basso, ride tra sé e sé guardando quei buffi calzini che porta la sua amica. E’ sempre stato quello il motivo per cui voleva stare nascosta lì sotto, guardare le zampe bianche della giraffa che stava sempre con lei e sorridere per quanto fosse strana la natura.
E mentre la palla infuocata del sole inizia a fare capolino dietro al massiccio della seconda montagna più alta del Kenya e Nana è intenta a guardare questo spettacolo, Twiga si allontana senza far troppo rumore e senza proferir parola. Ha sempre odiato gli addii, anche se questo sarà sicuramente un arrivederci.
Le cime frastagliate del monte dominano l’orizzonte degli altopiani centrali, il suo ecosistema eccezionale fatto di foreste alle altitudini più basse, bambù a quelle medie, e brughiera afro montana nelle fasce più alte a ridosso delle nevi perenni, ha fatto si che il Parco Nazionale del Monte Kenya venisse suddiviso in due riserve entrambe inserite nella lista dei Patrimoni dell’Umanità da parte dell’UNESCO.
Nana si gode quest’alba inaspettata e poco più in la scorge i sei cappelli geografati visti all’Ambasciata. Ce l’ha fatta! E’ arrivata con loro! Ma non ha nemmeno il tempo di mettere bene a fuoco i visi delle ragazze che loro sono già fuggite a cavallo, libere nella verde distesa incontaminata dove al galoppo si vedono solo zebre e antilopi.
“ Viaggiare è come il vento, che ti porta dove vuole se sai seguirlo, che ti spinge avanti se sai imbrigliarlo, e può condurti a perdere la strada ma anche farti scoprire luoghi remoti, che non avresti creduto esistessero. Viaggiare è come il sale, è come le spezie, cambia il sapore di tutto ciò che tocchi, ti lascia profumi e fragranze impigliate nel cuore.
Viaggiare è come l’amore. Una grazia, un volo, qualcosa che non puoi prevedere.”

Ana

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