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13/12/2016 - LA MIA TOKYO

Una ragazza sale elegantemente i gradini del templio, piano piano, e si ferma dinnanzi al portale. Ha i tratti decisamente orientali, i capelli scuri e la pelle che pare porcellana. Si muove lentamente e guarda fisso davanti a sé, in direzione dell’entrata del templio Senso-ji. La guardo e prendo rapidamente la macchina fotografica. La sua sagoma di lato è perfetta, minuta e proporzionata. Inquadro: indossa un kimono rosa perlato, di seta, con una stampa a fiori bianchi e viola, giapponese. Intorno a lei, un via vai di genti e di parole riempiono l’ambiente, rompendo la sacralità del suo gesto e del luogo. Per me, e probabilmente anche per lei, regna esclusivamente un silenzio pulito e le voci rumorose della fiumana di gente sono ovattate e lontane. Siamo in una bolla e tutto qui è in bianco e nero, ad eccezione di lei e della sua figura che si staglia perfettamente sul nero pece di uno dei portali. Ai piedi porta le caratteristiche calze bianche, con le infradito, e ha i capelli perfettamente raccolti in una crocchia. È perfetta quando, con gli occhi chiusi, porge leggermente il busto in avanti e unisce i palmi delle mani in segno di preghiera o ringraziamento. Arigatou. Metto a fuoco e scatto. Può, secondo voi, un’immagine rimanere nella mente per sempre? Per me, quella fotografia era sacra, così come l’odore forte d’incenso che pervade il sagrato dei templi buddhisti, purificando gli animi dei fedeli che cercano di “catturarne” un po’ e di portarselo vicino al corpo.
Questo è Asakusa, il vecchio cuore della città di Edo, o meglio, la moderna Tokyo; è qui che si respira l’aria più autentica e caratteristica della capitale nipponica.
Cammino tra la flotta di gente colorata in Nakamise dori, la via che conduce al templio, sulla quale si affacciano botteghe che vendono cibarie e oggettistica di ogni tipo, come in un mercato perenne: dalle classiche bacchette per mangiare ai ventagli di carta, dalle ciabatte infradito ai sebei, sorta di cracker di riso rotondi, insaporiti da salsa di soia.
Giappone è educazione e rispetto, un insieme di antiche tradizioni e riti intramontabili. Penso alla cerimonia del tè che, nella sua essenza, è l’espressione sintetica degli aspetti fondamentali della cultura giapponese. Mi sorprende il fatto che si sia conservata così pura e intatta ancora oggi, nonostante l’inevitabile commercializzazione, nascondendo una vera e propria filosofia di vita. Mi tornano in mente i gesti rapidi ed esperti con cui la donna preparava e presentava il matcha, il finissimo tè verde in polvere; le stesse che mi sistemavano i tanti strati di stoffa del kimono, mentre lembi, cinture e nastri, sparpagliati sul tatami, creavano casualmente disegni colorati.
Il rito del tè è così sacro ai giapponesi che all’interno della casa è predisposta una stanza apposita, in cui nulla è artificioso o complicato: solo uno spazio spoglio, la semplicità del legno, la nudità delle pareti. Una tela bianca sulla quale la luce può disegnare. I raggi luminosi penetrano dalle aperture, pannelli di carta di riso, provocando, ora in quell’angolo, ora nell’altro, il raggrumarsi di ombre e il crearsi di disegni.
Penso alla particolare eleganza dell’inchiostro di china di uno dei tanti dipinti che ornano, puliti e leggeri, le pareti delle case; mi meraviglia la dimestichezza che i giapponesi hanno con i segreti delle sfumature e dell’ombra, con la raffinatezza di distribuire luce e oscurità.
Adoro la cura del dettaglio con la quale si dedicano alle arti, dal cibo al design, abbracciando il concetto di wabi sabi, per cui la bellezza sta nell’ essenzialità e nella semplicità, in pochi elementi che permettono di far parlare il vuoto. D’altronde, di tutte le cose la semplicità è la più difficile da copiare e la più bella.
Mentre cammino attraverso il quartiere di Odaiba, l’isola artificiale di Tokyo, collegata dal Rainbow Bridge e che poco ha a che vedere con l’oriente, mi gusto uno di quei triangolini di riso, avvolto nell’alga, proprio come quelli che vedevo nei cartoni animati da bambina e che qui sono venduti comodamente take-away, quasi fossero tramezzini. Penso proprio che Tokyo sia una città effervescente e protesa verso il futuro, avveniristica e moderna, e che ci sia un abisso tra la raffinatezza e l’eleganza del passato, fatto di sacri riti, sobrie arti e pacate tradizioni, e il mondo della cultura pop del nuovo millennio, per certi versi vistosa e stravagante. Attraversando l’incrocio enorme di Shibuya è impossibile non lasciarsi catturare da ragazze vestite da cosplayer o ganguro, da personaggi stravaganti con la mascherina igienica sulla bocca che attraversano in flotte, facendoti perdere la rotta.
Le stranezze in Giappone sono di casa: dalla tavoletta del wc riscaldata, con bidet integrato, alle code chilometriche per giocare alle lotterie. Da Pachingo, una sorta di sala giochi sempre affollata vicino alla Tokyo Station, i giapponesi spendono ore e ore, immersi nel frastuono delle slot machine, nel caos delle biglie dei flipper e nel fumo di sigaretta che disorienta e rende l’uomo quasi un automa. È insito nell’uomo giapponese non esternare le proprie emozioni, tenersi dentro di sé le proprie sensazioni e celare il più possibile le preoccupazioni. Il giapponese è sempre sorridente, disponibile a dare una mano in caso di difficoltà lungo la strada, quasi troppo cordiale e positivo. Il senso del dovere è estremo, così come l’etica del lavoro: qualcuno mi disse che un lavoratore giapponese medio utilizza solo quattro giorni di ferie l’anno, nonostante le abbia, e che la morte da lavoro in persone di età giovane sia sempre più elevata.
Tokyo non è solo minimalismi, organizzazione, razionalità estrema e ordine; c’è dell’altro che si cela nei quartieri di Shinjuku, come vie colme di insegne svariate, intermittenti luci al neo, caos di karaoke bar e locali a luci rosse.
Giappone è gelato al sesamo nero, biscotti al matcha e odore di salsa di soia in ogni angolo della strada; un agglomerato di minuscoli localini e ristoranti economici, spesso a conduzione famigliare, tradizionali e autentici, in cui ritirarsi dal freddo pungente dell’inverno per godersi una calda zuppa di miso o un ramen.
Nonostante sia inverno, la città è colorata dal fogliame giallo dei ginko biloba che riempiono i viali e i quartieri, dai quali sbuca ogni tanto qualche statua di Buddha o giardino bonsai.
Passeggiando lungo le strade dello shopping di Ginza, i miei occhi sono catturati da donne impeccabili, vestite eleganti da capo a piedi, che camminano a passo svelto nelle loro minuscole scarpette col tacco, andando alla ricerca del regalo perfetto per Natale. Mi fermo davanti a una delle tante vetrine addobbate, sulla quale mi colpisce una scritta che recita:” I Will be at Home for Christmas”. Mi fermo immobile a fissarla e mi sale un po’ di nostalgia - Michi! Corri con il grand’angolo ho trovato uno scorcio perfetto! - la voce di Ana mi riporta nuovamente alla realtà. Eh sì, sarò a casa per Natale, con un bagaglio colmo di esperienze vissute. Sayonara, o meglio, arigatou stupefacente Tokyo.

Michela



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