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10/11/2017 - Il Mozambico

Può sembrare strano, può sembrare finto, irreale, inaspettato.
Un'esplosione di positività, di carica, di sorrisi.
Reale o irreale? Questo è quello che, al primo impatto, ho pensato del Mozambico.

Arrivo degno di nota, con ben tre ore di attesa, in dogana, a causa di un computer
( aggiungo anche UNICO computer) fuori uso.
Abbiamo visto volare via le nostre aspettative di ricevere in breve tempo il visto, che ci avrebbe permesso di oltrepassare quella barriera fittizia e di conseguenza, arrivare presto al lodge.
Il cielo iniziava a tingersi di blu scuro, quando uscimmo fuori da quelle maledette porte, ed ecco che ad aspettarci, con un sorrisone stampato sul visto, c'era Ernesto, un simpatico ragazzotto che ci fissava sorridente, con un cartello sul quale vi era scritto “Donnavventura”. Iniziammo ad adorarlo.
La strada per arrivare al lodge era tortuosa e parecchio dissestata. Fuori dal finestrino, il nulla s'intervallava a rari sprazzi di luce, emanata da vecchi televisori disposti fuori dalle casette ed attorniati da ragazzi che, con gli occhi persi dentro quelle scatole tecnologiche, ridevano e commentavano.

Lo scenario che si aprì d'innanzi ai nostri occhi, non appena arrivate a destinazione, giustificava le tre ore di attesa in aeroporto. Un paesaggio composto da dune di sabbia chiara, sulle quali si snodavano, verso il mare, ville interamente bianche con il tetto in legno scuro.
Cura, quasi maniacale, nei dettagli che caratterizzavano il lodge, dall'esterno all'interno.
La sera, però, non si riusciva a captare la vera bellezza di quella location, rispetto a quanto avvenne poi, alle prime luci del giorno.
Eravamo in un luogo estremo, lontano da qualsiasi cenno di civiltà. Un luogo dove pace e serenità regnavano sovrane, dove il pensiero viaggiava lontano, verso altre epoche.

I piccoli villaggi, che la sera prima vedemmo solo sfiorati da una leggera luce diffusa dai vecchi televisori, di giorno ci apparvero sfavillanti e colorati. Colore dovuto non solo dalla cromia degli abiti e copricapi delle donne, ma emanato dai sorrisi reali e sinceri della gente del luogo. Dai più grandi ai più piccini.
La spontaneità di quei visi, incuriositi da noi, dalle nostre telecamere a macchine fotografiche… incuriositi dal drone che volava sulle loro teste. Era emozionante.
Il tutto reso ancor più strano dalla loro simpatica parlantina in portoghese, che creava un'atmosfera ancora più simpatica e “latina”.
Qui non conoscono turismo e non c'è cosa più bella di captare la vera essenza del luogo attraverso gli sguardi di coloro che vivono in quelle terre. Con la genuinità e la curiosità dei bambini, che non hanno mai visto prima d'ora certe cose.
Spontaneità incontrata fino ad ora per la prima volta qui. Così reale. Così sincera. Così vera.

La natura emanava un'energia incredibile. E noi non potevamo che sfruttare questa meraviglia, andando in giro in canoa tra le meravigliose mangrovie, per entrare maggiormente in contatto con essa.
Certo, c'è voluto un grande lavoro di braccia, pagaiando controcorrente, ma ne è valsa la pena. Ci sentivamo piene, riempite di quella sensazione di essere entrate appieno dentro quell'atmosfera incantata.
Per completare la connessione con quella natura stratosferica, ho vissuto, dal mio punto di vista, un'esperienza unica.
Lezione di “yoga ata” sotto un'enorme acacia che, con la sua larga chioma, poneva in ombra le nostre postazioni. Ciondoli cosparsi da conchiglie, che si trovavano sulle spiagge con la stessa facilità con la quale noi troviamo i piccoli ciottoli, pendevano da alcuni rami di quell'antico albero, creando un suono sordo ed un fruscio piacevole e rilassante.
Noi, in posizioni tutt'altro che comode, provammo a porre delle radici, in quel luogo carico di magia e di spiritualità. Volammo sui cieli infiniti di quelle terre e riuscimmo a sentire. Sentire.

Da li, poi, ci trasferimmo in una delle piccole isole dell'arcipelago delle Quirimbas: Ibo Island.
Volo charter Chesna 11 posti (c'eravamo solo noi). L'aereo più piccolo che avessi mai visto e soprattutto sul quale fossi mai salita prima d'ora, pilotato da Jacu, un ragazzo sudafricano, che ci ha fatto davvero divertire lassù, oltre che sudare!
Dall'alto sembrava un mondo fantastico, quasi come il mondo di Avatar… colori incantevoli e piccoli isolotti che si diffondevano come macchie scure su quell'enorme distesa d'acqua turchese e verde brillante.
Affioravano lingue di sabbia, nascondendosi e mostrandosi grazie all'effetto delle maree. Stavamo sempre ad una quota intermedia, cosa che ci ha permesso di godere di quell'incantevole vista.
Ero terrorizzata dall'atterraggio, con quel velivolo piccolo come un'automobile, ma la bravura di Jacu ci ha fatto toccar terra con una delicatezza non da tutti. Abbiamo amato anche lui.

Chiamare “aeroporto”, quella pista di terra rossa con una parete in muratura posta di lato in mezzo al niente, mi sembra eccessivo. Ma da quello, già capimmo lo spirito di quell'isoletta, sperduta in mezzo al canale del Mozambico.
Il lodge, come sempre, era strabiliante. In stile coloniale portoghese, caratterizzato da colori tenui sul bianco sporco e beige chiaro ed illuminato da dettagli in turchese intenso. Dai cuscini su sedute in muratura, ad altalene e dondoli attaccati ad alberi secolari, che rendevano la vegetazione di quella location unica.
Wilfred, il nostro autista, mi ricordò subito Patrik. Il buon vecchio Patrik, che ha trascorso un mese intero con noi in Kenya. Quanto mi sembra lontano quel luogo, quella vita. Qui la percezione del tempo è totalmente diversa. Sembrano passati anni dai primi giorni di spedizione, ma allo stesso tempo, sembra ieri il giorno dei saluti a casa.
Relatività. Sì, per noi il tempo è relativo. Ore sembrano passare lente come anni… e giorni veloci come secondi.
Ogni qualvolta rimaniamo per più di due giorni in un lodge, ci creiamo lì la nostra “casa” e lasciar andare sistematicamente tutte le persone con le quali abbiamo a che fare, mi rattrista molto.

Sull'isoletta il tempo sembrava essersi fermato anni addietro, al tempo in cui era un importante snodo per il commercio di argento, caffè e per la tratta degli schiavi. Tra le piccole viuzze, si vedevano ancora uomini lavorare l'argento con gli stessi strumenti di un tempo.
Imbarcazioni arrivavano, invece, cariche di pesce e soprattutto di viveri, dalla terraferma.
L'aria che si respirava era intensa, vera.

Ci imbarcammo anche su un dhow, un'imbarcazione antica interamente in legno, a vela, per raggiungere un atollo nel bel mezzo dell'oceano. Sembrava un paradiso.
Sabbia bianca, acqua che se non si vede con i propri occhi non si può captare la colorazione cromatica. Il mio paradiso.

Dopo due notti in questo posto incantevole, purtroppo giunse il momento di tornare sulla terraferma, per poi intraprendere il lungo volo verso le Maldive.
Ad attenderci nuovamente, in quella sorta di aeroporto, abbiamo trovato Jacu, con quel sorriso smagliante e quell'educazione rara da trovare in un ragazzo così giovane.
Ci portò a Pemba, con qualche acrobazia durante la tratta di volo ed arrivò purtroppo il momento di salutare questa meravigliosa terra.
Terra nella quale la natura incontaminata dialoga alla perfezione con un popolo che non ha dimenticato le sue origini, un popolo vero, reale.
Terra che mi ha fatto sognare, mi ha insegnato tanto e mi ha regalato emozioni uniche, di connessione con la natura e con tutto l'universo.
La terra che ho preferito in assoluto fino ad ora e che spero di rivedere nuovamente.

Mozambico… obrigada para esta encantadora experiencia.

Marianna

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