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13/12/2016 - LA MIA TOKYO

Un’amicizia lunga 150 anni lega Italia e Giappone. Nel lontano 25 agosto 1866 venne firmato il Trattato di amicizia e di commercio che auspicava “pace perpetua ed amicizia costante tra Sua maestà il Re d’Italia e Sua maestà il Taicoun, i loro eredi e successori” e tra i rispettivi popoli, “senza eccezione di luogo o persona”.
Un augurio che si è trasformato in realtà, poiché le relazioni tra i due Paesi sono state costantemente amichevoli e hanno alla base, oltre che buoni propositi e interessi commerciali, anche una reciproca simpatia che si trasforma in curiosità gli uni nei confronti degli altri.
Basta fare cenno al fatto di essere italiani per vedere aprirsi sul volto dell’interlocutore nipponico un sorriso di compiaciuta sorpresa. Eppure le differenze tra i due popoli sono tante, basti pensare al fatto che l’Italia storicamente è un crocevia di popoli e culture, mentre il Giappone si è chiuso in uno strenuo isolamento durato oltre due secoli, interrottosi solo per la prepotenza altrui.
Arte, cucina, usi e costumi dell’impero del Sol Levante affascinano e stupiscono per la loro articolata e meticolosa applicazione poiché nulla è lasciato al caso; ne è un esempio la cerimonia del tè dove il termine “cerimonia” racchiude in se il profondo significato di questo momento di meditazione dove i gesti sono misurati, gli strumenti usati e gli arredi della stanza essenziali ma obbligati e l’atmosfera è ammantata della solenne attesa di una tazza di tè smeraldino, da sorseggiare anch’esso seguendo un disciplinare fatto di inchini, ringraziamenti e sorsi contati.
Per farsi un’ulteriore idea della complessità e dell’attitudine della cultura giapponese basti pensare al kimono, l’abito tradizionale, elegante e prezioso perché realizzato con sete stampate o ricamate uniche e completato dall’obi, un’alta cintura stesa sul ventre e chiusa sulla schiena con nodi di varia foggia.
Un abito tanto raffinato quanto costrittivo che consente di fare solo piccoli passi e di sedersi piegandosi sulle ginocchia e rimanendo di fatto inginocchiati in maniera composta per tutto il tempo. Unico vezzo concesso è quello di mostrare il collo, poiché nessun altro centimetro di pelle femminile è esposto alla vista altrui.
Non vi è improvvisazione, nessun clinamen, deviazione spontanea degli atomi che compongono questa cultura millenaria e forse è proprio questo ciò che affascina il popolo giapponese del popolo italiano, il fatto che il nostro atteggiamento verso le cose sia spesso “fantasioso”, a volte anche troppo considerando l’agilità con la quale sgusciamo via dalle regole.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, per ogni distinta e pudica signora in kimono c’è anche una ragazzina irriverente vestita da cosplayer, come i personaggi dei cartoni animati, oppure in stile gothic lolita tutta trine e merletti, senza contare le grottesche ganguro e le pittoresche harajuku girl che sfoggino un tripudio di tutto… mollettine, nastri per capelli, parrucche colorate, righe e pois, calze spaiate e chi più ne ha più ne metta nel vero senso della parola; prendono il nome dall’omonimo quartiere di Tokyo, una vera fucina di stili di strada e di tendenze giovanili estremamente innovative.
La capitale nipponica infatti riflette ogni sfaccettatura dell’articolata cultura giapponese e vi sono quartieri dalla spiccata personalità come quello di Shibuya, dinamico, ricco di locali e ristoranti, illuminato dai megaschermi e sempre brulicante di persone che attraversano frenetiche ma composte il famoso Shibuya crossing. Siamo nei pressi della stazione e qui si trova una delle attrattive più fotografate della città, la statua dedicata al cane Hachiko, considerato il più alto esempio di fedeltà di un cane nei confronti di un uomo. La storia è molto bella e un film del 2009 con protagonista Richard Gere l’ha resa nota anche in Italia.
Hachikō era un cane di razza Akita, appartenuto al professor Hidesaburō Ueno, che ogni giorno partiva dalla stazione di Shibuya per andare ad insegnare, il fedele Hachi lo accompagnava e lo andava ad aspettare al rientro. Il professore mancò all’improvviso mentre era in università, Hachico non lo vide mai più tornare ma per i restanti nove anni della sua vita continuò ad andarlo ad aspettare alla stazione.
Il capostazione di Shibuya e i pendolari iniziarono ad accorgersi di lui e cercarono di accudirlo, offrendogli cibo e riparo. In breve tempo in tutto il Giappone si sparse la voce della storia del fedele Hachico, siamo tra gli anni’20 e ’30, e molte persone cominciarono ad andare a Shibuya solo per vederlo e poterlo accarezzare, mentre lui attendeva il padrone. Nel 1934 venne realizzata una statua con le sue sembianze e l’8 marzo 1935 quando Hachiko morì, venne proclamata niente meno che una giornata di lutto nazionale. Ogni anno da allora viene organizzata una cerimonia per ricordare Chūken Hachikō, il fedele cane Hachicō.
All’università invece si trova una statua che raffigura insieme Hachi e il suo padrone, nel momento ideale del loro ricongiungimento.
Il leale Akita però non è l’unico cane ad essere celebrato fra le vie di Tokyo, non lontano dal mercato del pesce di Tsukiji, il più grande al mondo con un transito di quasi 20 tonnellate di pescato al giorno, si trova una statua che commemora Chirori, il primo cane certificato per la pet therapy, mentre per oltre 50 anni, alla base della Tokyo Tower, ha campeggiato una statua dedicata ai 15 sakhalin husky che hanno accompagnato la prima spedizione giapponese nell’Antartico alla fine degli anni ’50. L’installazione è stata spostata recentemente al NiPR, l’istituto nazionale di ricerca polare di Tokyo.
Il popolo giapponese ha con la religione un rapporto elastico, molti sono legati allo shintoismo ma il buddismo continua ad avere radici profonde e il rispetto e la riconoscenza per gli animali vicini all’uomo ne sono un esempio. Disseminati sul territorio nazionale si trovano molti templi dedicati a Buddha. A Kamakura, nella prefettura di Kanagawa, facente ancora parte dell’agglomerato urbano di Tokyo, si trova il tempio di Kōtoku-in, che ospita la famosa statua del Daibutsu, il Grande Buddha di Kamakura, una delle icone più famose del Giappone. E’ una monumentale statua in bronzo che raffigura Amida Buddha, alta 11 metri e realizzata, secondo i registri del tempo, nel 1252. Lo sguardo sereno, il sorriso serafico e l’elegante drappeggio delle vesti trasmettono quella pace interiore che è la quint’essenza del buddismo, caratteristica che di tanto in tanto si ritrova incrociando alcuni sguardi per strada, che in un attimo ti proiettano in un mondo dove tutto è regolato dall’armonia come in un giardino zen, dove anche le foglie cadute rientrano in quadro di perfezione ed equilibrio.

Chiara

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