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02/12/2016 - LA MIA POLINESIA, 2° parte

Una luce rossastra pervade l’ambiente, accendendo e scaldando la terra e il mare; filtra prepotente attraverso le assi di legno irregolari di questa capanna dal tetto di paglia: la nostra “casa”. È il tramonto e io sono seduta in prossimità dell’entrata, su una piccola sedia tenuta timidamente insieme da qualche chiodo. Sopra di me sventolano appesi a un filo i nostri panni, magliette e calzini lavati stamattina, e un profumo di buono, di bucato e sapone di Marsiglia, riempie l’aria.
Mi guardo intorno: qui regna il silenzio, o meglio, il dolce rumore di piccole onde che s’infrangono sulla spiaggia davanti a me e lo sguazzare di qualche innocuo squaletto pinna nera.
Chiudo gli occhi e penso alla Polinesia, a quest’infinità di isole divine, e mi viene in mente una dea dai lunghi capelli scuri, ondulati come il moto del mare, che ancheggia leggiadra nell’aria al suono di un hukulele; accogliente e soave.
Se penso alla Polinesia penso all’immensità e al blu: dal cielo al mare, la Polinesia è un’infinta varietà di blu che a colpo d’occhio, superficialmente, può sembrare sempre lo stesso, ma uno sguardo attento può decifrarne tutte le più nascoste sfumature. Dal blu della notte al blu del mare pieno, passando per il blu zaffiro e il blu rame delle lagune, dal blu melanzana dei piccoli laghi al blu chiaro, pallido o quasi perlato, delle formazioni coralline.
Navigando e volando al di sopra delle 118 isole che costituiscono l’intero arcipelago polinesiano, è impossibile non fermarsi a guardare il paesaggio, accarezzandolo con gli occhi.
Guardo la grandezza delle montagne, piramidi verdi che in lontananza sembrano così rigogliose e muschiate, morbide e soffici, in contrasto con le cime di basalto che svettano più alte, dalle forme strane e storte, quasi fossero lembi di una vecchia forchetta.
Mentre osservo i rilievi a Moorea, mi torna in mente l’enorme montagna vulcanica situata al centro della laguna di Bora Bora, il monte Otemanu, divenuto il simbolo stesso dell’isola. Quante volte dalla mia barca puntavo gli occhi verso il cielo per cercare di scorgere la cima misteriosa, sempre coperta da una coltre di nuvole leggere, quasi una nebbiolina costante, che in pochi e fortunati casi svaniva e mostrava la roccia vulcanica nel suo splendore.
Da Tahiti a Raiatea, passando per Rangiroa, Bora Bora e Moorea: il piccolo aereo di Air Tahiti, buca la morbidezza ovattata delle nuvole e collega le isole, quasi fosse un tram, che, distanti tra loro, coprono all’incirca l’intero continente europeo.
Mi rilasso e mi volto a pancia in sù, a stella; mi faccio cullare dal dolce ondeggiare dell’oceano osservando il cielo plumbeo, mentre la pioggia mi picchietta il viso e mi costringe a chiudere gli occhi. Il vento soffia verso est e il rumore della pioggia sull’acqua si mescola perfettamente al suono simile delle palme mosse dal vento. Tutto è un ticchettio fresco e armonioso.
Chiudo gli occhi e mi sembra di sentire ancora il sapore del pesce fresco, il tipico Mahi Mahi, solo leggermente scottato; penso alla bontà del gelato al cocco, alla pienezza del mango appena raccolto.
Penso alla sensazione costante di salsedine sulla pelle, all’oceano puntinato da motu, atolli minuscoli e disabitati.
La Polinesia è odore di frangipani in ogni angolo, è calore del legno e della paglia. È quel cielo stellato che di notte, prima di andare a dormire, ti fa stare con il naso all’insù almeno mezz’ora, perché le stelle qui sembrano così vicine da poterle toccare e l’intero cielo più profondo.
E poi c’è la musica, in ogni luogo e ad ogni ora, c’è musica sempre. Una lieve melodia, quasi un sussurro, ma costante: il suono armonico dell’ukulele, unito a vari tipi di percussioni locali, risuona di isola in isola e accompagna le azioni della vita quotidiana. Tra i tavolini dei bar, sull’aereo, al mercato, negli uffici, sui bus: ovunque riecheggia una melodia, dalla complessa scansione ritmica, leggiadra e rilassata.
Polinesia è anche il canto di festa e preghiera che si eleva, all’unisono, la domenica mattina, colorato e caldo come i suoi abitanti, tra le mura di una chiesa dell’entroterra di Bora Bora. Le voci rimbombano e coinvolgono anche lo straniero, il turista, l‘Europeo. I polinesiani pregano cantando, battono le mani, sventolano ventagli di palma intrecciati sapientemente e indossano camicie floreali dai colori brillanti. Nessuno è serio o infelice.
Possono esistere così tante sfumature di azzurro al mondo? Mi tuffo di testa in questa immensità, per ammirare il fondale ed entrare in un’altra dimensione, fatta di pura pace, in cui ci sono solo io e il mare: il mio respiro nel boccaglio, il silenzio o pochi suoni, ovattati; raggi luminosi che incidono la superficie dell’acqua e penetrano sul fondo, posandosi ora su un pesce dai mille colori, ora su un corallo fiorito. Affondo le mani tra la sabbia e sento il suono quasi impercettibile dei granelli; rimango un istante faccia a faccia con un pesce farfalla, per poi risalire veloce a galla per gustarmi il sole che mi scalda il viso.
La Polinesia è dove sono ora: è questa spiaggia rosa, incorniciata da un cielo incendiato al tramonto; è polarità costante, oceano e montagna insieme, dualità intrinseca delle cose. Un’oasi di pace incontaminata, ideale per rilassarsi in uno dei bungalow isolati a filo d’acqua, ma anche avventura a 360 gradi che spinge ad avventurarsi sulle cime e sotto il livello dell’acqua, dedicandosi alle immersione nei ricchi fondali, al trekking sottomarino o al surf.
Mentre scrivo, estraggo dal marsupio una coppia di bacchette di legno, le classiche “posate” giapponesi. Scarto l’involucro e le separo. Le ho prese di nascosto qualche giorno fa al tavolo di qualche grande albergo pensando che mi potessero essere utili. Inizio a incastrarle tra le dita. Beh, non fraintendetemi, sono più o meno in grado di mangiare con le bacchette, ma domani partiamo per Tokyo e non vorrei fare brutta figura: dicono che i giapponesi siano molto seri e intransigenti. Non diciamolo a nessuno, ma ora mi alleno un po’, mentre saluto per l’ultima volta il mare e il caldo.

Michela

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