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Reportage del 08/10/2011 - MADAGASCAR


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UN'ESPERIENZA SCONVOLGENTE

Uno strano senso di vertigine mi accompagna ancora oggi, quando penso alla prova più dura che ho dovuto affrontare in Madagascar. Sono un tipo che ha girato per il mondo, ma vi assicuro che un’esperienza così sconvolgente non mi era mai capitata. Ma andiamo per ordine. Ad avermi segnato forse sono stati un serie di eventi che mi hanno portato ad affrontare l’estremo sacrificio non in buone condizioni psicofisiche.
Prima fra tutti il viaggio in carovana.
Avevo sempre gli organi interni mischiati per gli scrolloni, i salti sul sedile e le testate sul parabrezza. Le buche in Madagascar non perdonano, sono state messe apposta con crudele scientificità per rendere i trasferimenti più avventurosi. Talvolta compariva un tratto d’asfalto che faceva dire, è finita, finalmente, e subito la ruota riaffondava in un buco e la faccia rimbalzava sul cruscotto. Adesso capisco perché lì i camionisti sono senza denti e i tassisti hanno il volante di morbido peluche. Talvolta per salvare la telecamera dalle botte mi accartocciavo su di lei come una madre apprensiva, gettando sguardi di rimprovero alla mia driver. Ana Senzafreni scoppiava a ridere e io sbattevo il naso da qualche parte. Arrivava il sangue, ma dovevo continuare a lavorare. Con la telecamera tentavo inquadrature impossibili, mentre mi appellavo alle divinità ancestrali malgasce per porre fine al supplizio. A volte il mio deretano litigava con le molle del sedile e le voragini della strada erano così profonde che la telecamera mi sbatteva con la sua batteria proprio sull’orecchio. Dolore acuto. Era il momento in cui le mie preghiere si levavano forti al cielo. Una volta le divinità mi ascoltarono e la strada si trasformò improvvisamente in un manto di soffice sabbia. Magico Madagascar. Sbadigliai sereno. Ma l’ennesimo buco, il più grande, il più profondo e nascosto, mi face cozzare la testa con quella della mia driver, Ana Capadura. Lei scoppiò in una risata. Io svenni.
Ma questo non era niente al confronto con l’esperienza che mi stava aspettando.
Mi risvegliai in un letto fatiscente di un “hotely”, sotto una zanzariera bucata. Subito feci amicizia con una coppia di pidocchi che mi mise in guardia sull’igiene del posto. Pare che ci fossero dei topi che si cibassero di scarafaggi. O viceversa, non ricordo. In Madagascar, nelle bettole locali, non si dormiva mai soli. C’era sempre un animaletto che faceva capolino, che fosse una blatta con cui giocare a carte la sera o un camaleonte che si mangiava la blatta o un fossa che si mangiava il camaleonte. E’ la legge della natura, per dormire tranquilli l’importante è essere l’ultimo anello della catena alimentare.
Personalmente mi sentivo l’ultimissimo anello e quindi mangiavo di tutto. Dal pollo allo zebù, il cugino gobbo della mucca. Lo zebù ho avuto il piacere di incontrarlo a una festa. Era proprio la sua festa e io non lo sapevo. La gente lo legava e lo prendeva a calci, lui si arrabbiava e io non lo sapevo. La gente lo liberava d’improvviso, lui correva furioso in mezzo alla folla e io continuavo a non sapere. Capii tutto quando mi trovai a un metro dalle sue corna. Lui mi guardò e mi disse di metter via la telecamera. Poi suonò la carica e incornò tutto ciò che si muoveva. Io coraggiosamente scappai via, gridando “al toro al toro”. Ricordo che avevo le infradito ai piedi e ciabattavo nella polvere. Nella fuga fra le grida della gente, feci in tempo a vedere Michela Donnavventura arrampicata a un muro di cinta mentre urlando cercava di imparare a volare. Poco più in là, Veronica Donnavventura cadeva e si rialzava, ricadeva di nuovo e come un’eroina da film muto cercava di farsi largo tra la folla. Percepivo il suo dolore e l’angoscia dalla mimica del volto all’Eleonora Duse.
Ma questo è ancora poco, rispetto all’evento che avrebbe cambiato la mia vita.
Insomma, mentre fuggivamo dal toro, correvamo verso la nostra salvezza: un’Ape Car strombettante guidata da Fifou, un miliardario svizzero, che sornione e in disparte osservava curioso le nostra gesta epiche. Lui il Madagascar lo conosceva bene, anche perché metà è suo.
Fingendoci coraggiosi, balzammo come tanti Indiana Jones sul triciclo a motore che sgommando si allontanava dal pericolo, ma il miliardario ci disse che un’altra festa ci attendeva. Qui toccammo ferro e anche qualche cosa d’altro.
Invece fu carino, una festa brasiliana con cena sotto le stelle dove le uniche cose illuminate erano le cosce delle ballerine, liberate come il toro fra la folla. Ma ora nessuno scappava.
Anche perché tutti erano impegnati a vedere cosa c’era nel piatto che avevamo sotto al naso. Impossibile, buio pesto. Ingurgitai tutto, sperando che fra il cibo esotico non ci fosse anche la blatta, mia compagna nel gioco a carte.
Era questa, dunque, l’esperienza sconvolgente? No, la terribile prova sarebbe arrivata di lì a poco, dopo cena. Ho ancora i brividi al pensiero e lo stomaco mi si stringe. Ricordo ancora il volto contrito del capo spedizione che mi annunciava il disastro che in seguito si sarebbe ripetuto aumentando il mio supplizio. Le sue labbra lentamente di dischiusero e ai presenti rivolse un terribile quesito.
“Quante tisane alla citronella?”
Dio, aiutami. Ho vagabondato l’universo per morire di citronella. La citronella è una terribile invenzione, un liquido che viene usato in Italia come diserbante, antigelo, per fare partire i trattori, come lucido da scarpe e come antizanzare. In Madagascar si beve a fine cena. Sarà per digerire meglio la blatta?
Ecco, il mio calvario iniziò la sera della citronella. Non sono stato più me stesso e ancora oggi a casa faccio brutti sogni.
In seguito ho avuto la fortuna di visitare posti stupendi. Uno diverso dall’altro e uno più bello dell’altro. Luoghi lussuosi, oppure semplici e colorati. Ma il solo pensiero della citronella serale, mi faceva scoppiare in lunghi pianti, interrotti solo da un cazzotto allo stomaco di Ana Menaforte, che mi raccoglieva come uno straccio e mi scaraventava di nuovo in auto.
Pronti a ripartire lungo una nuova pista, verso foreste incontaminate, verso villaggi remoti, verso nuove e profondissime buche.


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