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06/10/2017 - Bye Bye Kenya

Ed eccomi qui, al termine di questa prima parte d’avventura. Trenta giorni in cui abbiamo visitato in lungo ed in largo il Kenya, conoscendolo in ogni sua sfaccettatura e rimanendo emozionate ed eternamente grate a questo luogo meraviglioso che ci ha regalato panorami mozzafiato ma che, soprattutto, ci ha insegnato, in parte, cosa significa vivere.

Abbiamo attraversato le vivaci e super trafficate città di Nairobi e Mombasa, le cui strade erano ornate da piccoli bus “sacco” dai colori sgargianti, dipinti come se fossero murales, con la gente che correva e saltava su (o giù ) al volo, districandosi, come nella legge della savana, tra le auto in movimento.
Abbiamo incontrato un popolo che, nel momento in cui veniva fuori qualsiasi problema, rispondeva con un sorriso accompagnato dalla parola “hakuna matata”... non esistono problemi, o perlomeno, tutto si risolve, senza pensieri, senza creare disastri inutili. C’è da dire che le tempistiche sono un po’ lente, ma sicuramente il loro modo di affrontare tutto in maniera così positiva è già incredibilmente bello. Bello e genuino. A volte quello che noi dimentichiamo è questo, l’essere genuini e ben disposti verso il prossimo, dimenticando che basta un sorriso per rendere tutto più semplice. Ed io credo che, se possono farlo loro, sicuramente con un po’ di pazienza e buona volontà possiamo farlo anche noi. Ci vuole veramente poco.
Ed ancora, abbiamo conosciuto persone meravigliose, italiani che hanno creato qui qualcosa di unico. Parlo in primis di una coppia, che ha deciso non di lavorare per godersi le vacanze nei posti più belli del mondo, ma ha deciso di viverci in quei posti e di creare un luogo unico nel suo genere, in uno scenario che ai miei occhi è risultato uno dei più belli, o forse addirittura il più bello di questa prima parte del viaggio. La Laguna Mida Creek, sulla costa... cromia del mare con infinite sfumature dall’azzurro chiaro quasi sul bianco, al turchese intenso... striato... bassa marea che fa comparire come per magia delle lingue di sabbia sommerse fino a qualche ora prima… mangrovie sulla costa piene di una fauna avicola formidabile... ed in mezzo a questo paradiso, un ristorante creato interamente con materiali a km 0, una ricercatezza ed una cultura culinaria vista raramente, ed una scelta di vita invidiabile.
E poi ancora, altra coppia d’italiani, che era partita con l’intenzione di vivere tutta la spensierata pensione tra le dune bianche e le grandi palme di Malindi e che si è ritrovata a dare nuovamente speranza a bambini che, per svariati motivi, erano rimasti da soli, mettendo in piedi un bellissimo orfanotrofio. Curatissimo, pulitissimo e ricco della cosa più importante, il sorriso dei 90 cuccioli che vivevano li. Abbiamo passato un intero pomeriggio con loro ed è stato davvero toccante vedere come dei bambini riescano ad instaurare un legame in pochi minuti con persone sconosciute quali eravamo, così forte che al momento di andar via è stato davvero difficile lasciarli andare.
Abbiamo visitato i villaggi Masai e sicuramente il colore è un elemento fondamentale e ricorrente nella loro cultura e tradizione ed è anche una delle prime cose che ha colpito il mio apparato visivo non appena sono entrata a contatto con questa realtà. Monili dai colori brillanti ornano quasi totalmente il corpo di uomini e donne, resi ancor più evidenti dai salti e dai movimenti che hanno compiuto mentre facevano il rito di benvenuto nei nostri confronti, il tutto accompagnato dai tipici suoni diaframmatici. L’africa ha sempre avuto un alone di mistero per me, dovuto alla presenza di queste tribù che ancora vivono come se il tempo si fosse fermato; piedi scalzi, case fatte di sterco, fango e legnetti flessibili per la struttura, marchiati a fuoco sulle guance per distinguersi da una tribù all’altra ed uniti da altre modificazioni corporee legate alle loro antichissime tradizioni. E’ stato bellissimo poter entrare a stretto contatto con loro e con i loro usi e costumi, anche se forse lo siamo entrate fin troppo, quando hanno ucciso un agnello davanti ai nostri occhi. Quello è stato un momento molto cruento, ricordo che mi sono soffermata a guardare una foglia sul terreno e non ho distolto lo sguardo da lì finché davanti ai miei occhi non avevano portato via tutto.
Ricordo poi le manine dei bimbi, rigorosamente in divisa scolastica, che ci salutano per strada, a volte rincorrendoci per avere qualche caramella. Sanno che possono ammaliarci facilmente, e noi, ormai avendolo capito, camminiamo sempre con pacchi strapieni di “sweeties” in modo da essere sempre pronte.
Ascoltando una canzone una sera davanti al camino, nel nostro lodge nello Tsavo West, che si affacciava su un angolo paesaggistico che poteva far invidia alle cartoline più belle, mi è stato cambiato il nome. La canzone s’intitolava Malaika e significa angelo... mi piace molto perché ha una musicalità molto bella! Da quel momento in poi il mio appellativo è stato questo. Ancora mi devo però abituare ed ogni volta che mi chiamano in radio non capto al volo.

Concludo riprendendo una frase del mio primo reportage del Kenya: “All’essere umano è stata concessa la dote di abituarsi” ed è proprio vero. Quello che sembrava assurdo fino al mese scorso è pura normalità adesso. Caos, elefanti che attraversano la strada, passeggiate sui cammelli, risvegli dati dalle scimmie che giocano sulla tenda, colori intensi e quel Hakuna Matata che porta via ogni problema.
Grazie Kenya.

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