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13/12/2016 - LA MIA TOKYO

La mia Tokyo…
Più ci penso, più cerco di trovare le parole giuste per descriverla e più mi sfuggono. Si confondono tra ricordi, colori, allegria, in cui cerco di mettere un po’ di ordine e fare pulizia, proprio come fanno i giapponesi. Poi mi viene in mente esattamente com’è Tokyo per me: ha il sorriso dolce e disarmante della Michy e la spiccata intelligenza e curiosità di Chiara, perché è così che sento di aver vissuto la lontana capitale dell’Impero del Sol Levante.
Con gli occhi della Michy che si fanno un po’ a mandorla quando si rivolge ad un passante scusandosi per averlo intralciato nel suo lavoro. “Sumimasen” dice lei… lui ricambia con un sorriso composto e un piccolo inchino, che per noi vale più di mille altre parole! Ha capito!!! Sul volto di Michy si dipinge la felicità in persona e il tempio di Senso-ji alle sue spalle fa da cornice ad una scenetta che non dimenticherò mai.
Come non scorderò i racconti di Chiarina sulle abitudini dei giapponesi, sulla storia, sulla cultura. Sui luoghi di interesse che se non la conoscessi davvero potrei pensare che se li stia inventando guardando le cartine di un gioco tipo Pokemon Go!
Per un’ultima sera vedo la città dall’alto, e mi regala uno scorcio davvero entusiasmante. Un tramonto sui giardini del palazzo imperiale, sullo sfondo grattacieli che riflettono i raggi del sole e gli fanno da scudo mentre tramonta. La città inizia ad illuminarsi di luci notturne, il traffico scorre composto, le luci verdi e rosse dei semafori si alternano senza tregua e lasciano il flusso di macchine continuo, fluido, senza interruzioni.
Io mi godo lo spettacolo dal tredicesimo piano. Penso a ciò che è stato il mio Giappone.
Due origami mi fanno tornare alla mente alcuni tra i momenti più emozionanti di una settimana intensa e carica di aspettative.
Un pezzetto di carta che serve a tenere le bacchette in un ristorante di sushi del quartiere di Shibuya mi basta per intrattenermi qualche decina di minuti. Il risultato non rasenta proprio la perfezione però è molto più di quello che pensavo di riuscire a fare: due piccoli cigni. Ho seguito le istruzioni alla lettera!
Lascio che siano loro a guidarmi nei ricordi di un passato recente che devo archiviare perché è quasi arrivato il momento di preparare i bagagli e tornare a casa. E allora cosa posso mettere dentro al mio saccone insieme ai vestiti sporchi, ai costumi ancor salati del mare della Polinesia, alle scarpe che hanno camminato per il mondo e mi hanno portato fino a qui?

Metto un bonsai.. non si sa mai che questo, almeno per una volta, riesca a crescere anche a casa mia. L’arte del bonsai fa profondamente parte della cultura nipponica. Alberi che in natura raggiungerebbero grandezze normali, per non dire in alcuni casi mastodontiche, vengono mantenuti a dimensioni contenute attraverso particolari tecniche di potatura e di taglio delle radici. La pianta mantiene il suo ciclo vitale, ma rimane piccola. A Tokyo e dintorni esistono innumerevoli musei dei bonsai dove ci sono pezzi pregiati che raggiungono anche un valore inestimabile. Io mi accontenterei anche di un piccolo ciliegio in fiore. Non chiedo molto in fondo no..?!

Metto un kimono… anzi più precisamente il mio kimono. Quello con cui mi sono sentita così elegante e raffinata anche se solo per il tempo di un thè. Una cerimonia suggestiva e tradizionale. In ginocchio sul tatami. In bocca il vero sapore di un thè verde. Negli occhi la curiosità per un’etichetta così formale e rigida, ma al tempo stesso affascinante. Stretta in un velo di seta decorato e stampato. Azzurro, rosa e argento. Un “obi”, una cintura, a fasciarmi la vita, con un fiocco elaborato sulla schiena che non sarei mai capace di rifare da sola.

Metto un’istantanea del mercato del pesce più grande dal mondo e della sua atmosfera. Muletti che sfrecciano a tutta velocità per non mancare nemmeno una consegna. Non si può arrivare in ritardo. Baracchini che vendono pesce crudo e cotto a tutte le ore, a partire dalla mattina resto. Qui con il sushi e il sashimi si fa colazione. E io mi adeguo, mangiando il tonno più buono che io abbia mai assaggiato, rigorosamente ferma ad un angolo della strada… non si può mangiare camminando!

Metto una piccola riproduzione della statua della libertà. Perché Tokyo è anche questo. Nel quartiere di Odaiba, infatti, su due isole artificiali collegate tra di loro e alla terraferma, sorge una città diversa, fatta di architettura futuristica. Un monumento di Gundam celebra uno dei personaggi simbolo delle saghe dei cartoni animati diventati un cult per le generazioni degli anni ottanta, e un lungo ponte che si alza sopra alla baia richiama Manhattan e la lontana città di New York.

Metto il Buddha di Kamakura… o forse quello non ci sta. Alto più di undici metri ed eretto secondo i registri del tempo, nel 1252, si erge maestoso con un sorriso sereno che sembra rassicurare chiunque gli faccia visita in cerca di tranquillità lontano dal caos della città o forse solo di un po’ fortuna.

Metto il Monte Fuiji: l’icona del Giappone. Non ha bisogno di parole per descriverlo, né di foto per immortalarlo. Una volta che lo si vede, riflesso nel lago con cigni che sembrano disegnati, l’immagine si imprime nella memoria e fa fatica e trovare panorami altrettanto suggestivi.

Metto bacchette per mangiare sushi a Casanostrauno, calzini con le dita da indossare nelle fredde sere d’inverno in montagna e una spolverata di macha, come fosse polvere di stelle, che rende tutto più magico. Ferma il tempo e fissa i ricordi.

Ora si che sono pronta a tornare e il mio bagaglio è pieno.

Quanti sono i chili consentiti? 23..?!? Sono sicura che con il peso fisico del mio bagaglio non sforerò… un altro discorso riguarda ciò che porto dentro. Ma quello è tutta un’altra cosa. Quella sono io, con il sorriso di Michy e la curiosità di Chiara. Sforo, e non poco, in questo caso. Ma sono sicura che non se ne accorgerà nessuno.
Caccio dentro i due cigni… pensavano di rimanere ad ammirare Tokyo dall’alto per caso? Il loro posto è dall’altra parte del mondo… hanno una casa che li aspetta.
Arigatou Paese del Sol Levante. Per il sole che mi hai regalato. Per come mi ha scaldato. Per la tua popolazione educata, gentile, cordiale. Per i tuoi paesaggi e la guida a destra. Per le luci del Rainbow Bridge e quelle di Midtown. Per l’atmosfera natalizia di Ginza e lo shopping davvero “uniqlo” nel suo genere. Per i sorrisi che mi hai strappato e il kobe mai mangiato. Per tutto ciò che avresti potuto donarmi ma non sono riuscita a cogliere. Per tutto ciò che invece mi hai dato e che porterò con me. Arigatou. Grazie. E sayonara.

Con affetto,
Ana-san

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