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04/11/2016 - LA MIA PARIGI

Mi ricordo che quando ero piccola, camminando per le strade parigine con mia madre che mi teneva per mano, mi rimase impressa nella memoria l’immagine di un quadro di un artista di strada, uno dei tanti che si possono vedere, armati di pennelli e cavalletto, nelle piazze o tre le viuzze di Montmartre. Il quadretto rappresentava la scena notturna di una giovane ragazza parigina immersa in una vecchia vasca, piena di bolle, accanto ad un finestrone che dava direttamente sulla Tour Eiffel, totalmente illuminata. L’immagine era magica. Chiusi gli occhi e ricordo ancora che mi fece sognare a lungo. Non so se la scena che dipinse quel pittore fosse vera o meno; se realmente quella ragazza esistesse oppure no. All’epoca ero solo una bambina ma mi ripromisi, da grande, di tornare nella Ville de Lumière e cercare proprio l’appartamento della ragazza, con quella vasca e quella esatta finestra, per godermi lo spettacolo di luci mozzafiato.
Eh sì, perché Parigi è luminosa e ovunque, mentre si cammina, si aprono scenari suggestivi, che ti fanno perdere la rotta: ovunque, si può abbandonare il grande boulevard storico per infilarsi in qualche viuzza acciottolata, varcando portoni imponenti e perdendosi nella brillantezza dei fiori appostati a raffinati balconi. Parigi è arte. È eleganza e perfezione. Sa di amore e dolcezza, di quella scioglievolezza che ti lasciano i croissants al burro la mattina a colazione. Sa di calore e della fragranza di baguettes appena sfornate, che riconosci a distanza mentre cammini per i boulevard avvicinandoti a una delle tante boulangeries. Sa di tovaglie a quadretti rossi e bianchi; sa di fisarmonica e di poesia. Sa di vento e nostalgia.
Mentre passeggio attraverso gli Champs-Elysèes e le grandi vie della capitale, giungo dinnanzi a Notre Dame, un altro ricordo della mia infanzia che associavo, ovviamente, al mitico Gobbo. Su un lato dell’imponente cattedrale, tra le fronde degli alberi, odo la voce di un artista di strada: è uno dei molti che fanno qui il loro nido e si esibiscono dinnanzi ai turisti, cercando di strappare loro un sorriso, o, anche se più raramente, un’ emozione. Ecco, con me quell’artista c’è riuscito, intonando, così per caso, le note di una canzone per me significativa, La Bohème di Charles Aznavour. Pe un attimo, la melodia mi fa viaggiare con la mente trasportandomi a Montmartre, nel quartiere più affascinante della città. Mi fa pensare all’immagine dei fiori di lillà sbocciati alle finestre, agli artisti senza un soldo che ritraevano nelle vecchie case le loro amate e che trasformavano l’amore in una tela, che a sua volta diventava per loro pane e sopravvivenza. Non avevano soldi, ma avevano l’amore e il calore del camino attorno al quale si stringevano d’inverno. Montmartre è il simbolo della vita bohèmien che prese corpo nelle storie dei grandi artisti dell’800 e scandalizzò non poco i ben pensanti della Belle- Èpoque, a partire dalla Place Blanche con le mitiche ballerine di can can del Moulin Rouge, passando per la Place du Tertre, fino al Moulin de la Gallette, dove venivano sfornati biscotti caldi per gli artisti affamati.
In cima alla butte, la collina che sovrasta la capitale, si staglia candida, la purezza de Le Sacré-Coeur, uno dei luoghi di pellegrinaggio più belli e conosciuti al mondo. E’ buffo pensare che fin dalla sua costruzione, così come per La Tour Eiffel, non piacque mai ai parigini e fu ricoperta di insulti. Ora, domina incontrastata lo skyline di Parigi e tutto il mondo ne riconosce la bellezza.
Per sentirsi parte di un pezzo di Parigi, si dovrebbe cercare una guinguette, una delle tante balere rappresentate dagli artisti parigini.
Alle guinguettes si va per mangiare, bere e per ballare. Si va per incontrarsi e fare festa insieme; insomma, si va per vivere. Ce ne sono alcune, importanti pezzi di storia, alle porte di Parigi e nelle zone campestri che sorgono lungo le fresche rive dei fiumi Senna e Marna. Di guinguettes ce ne sono poche, ma sono autentiche. Sono quei luoghi prediletti dai pittori impressionisti, che con i loro quadri li hanno tramandati a noi e traggono il nome dal vino leggermente acre che era venduto solamente qui. Sono le scene di gioia, che costituiscono le spennellate veloci e vive di Renoir nella sua stupenda “Colazione dei Canottieri” o nel suo affollato “Bal au Moulin de la Galette.”
Mi piace il mood con il quale si visita la capitale, la rilassatezza con cui la mano dell’artista dipinge o il panettiere sforna il pain au chocolat.
Purtroppo, o per fortuna, la capitale è enorme e, seppur raccolta e intima, c’è sempre qualcosa da scoprire. Sono sicura che vi farò ritorno a breve, perché in questo momento non vorrei mai lasciarla. Vorrei continuare a perdermi nei quartieri di Saint-Germaine o di Belle Ville.
Chissà, magari tra qualche anno mi troverete immersa in una vasca d’acqua calda, con un buon bicchiere di vino in mano, ad ammirare lo scintillio della Tour Eiffel dalla mia enorme finestra. Chissà. D’altronde, come disse l’intramontabile Audrey Hepburn: ”Paris is always a good idea”.

Michela

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