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30/10/2016 - IL MIO RITORNO

Eccomi qui. Nuovamente io, ma un anno più tardi.
Sfilo l’elastico dal taccuino nero e lo apro, di nuovo per la prima volta.
Sfoglio le pagine velocemente portandole vicino al viso e sento l’odore profondo della carta nuova. Ancora una volta, eccomi a scrivere sul mio taccuino Ferrino. Questa volta, però, non mi trovo su un aereo diretto a Cancun, ma coccolata nel calore di un vivace appartamento parigino, in Rue de Milan. E’ proprio da Parigi che ha inizio, infatti, la mia seconda spedizione.
E strano pensare che solo un anno fa ero una piccola matricola e ancora nulla sapevo dell’immenso universo di Donnavventura.
Era il caldo agosto 2015 quando, nel giro di poche settimane, finì l’iter di selezioni e il mio percorso universitario presso il Politecnico.
Mi ricordo ancora come fosse ieri quando, nel mio piccolo appartamentino milanese, sommersa da taglierini, colla e cartoncini, stavo dando vita al plastico che mi portò alla laurea e il telefono squillava in continuazione. Sbuffando, con le mani sporche di colla, lo cercai tra l’ammasso di carte e il nome del capospedizione apparse sul display. Ero stata scelta come parte del team per il Gran Raid del Caribe.
In un batter d’occhio, mi laureai e dovetti togliere la corona d’alloro per indossare il cappello di Donnavventura.
Mi ritrovai, spaesata, ad affrontare un viaggio difficile, intenso, ma pieno di soddisfazioni. Ancora non sapevo come funzionasse una produzione televisiva, come si cambiasse la ruota di un fuoristrada, come s’indossasse un radio microfono, cosa si mettesse nel marsupio della Donnavventura ideale. Per me la figura della veterana era una sorta di supereroina, perfetta ovunque e pronta ad affrontare ogni imprevisto. Nel mio immaginario, era quasi una figura mitica. Beh, oggi sono qui a scrivere con un leggero sorriso sulle labbra e in veste di veterana ufficiale.
Mi ricordo quei 111 giorni di spedizione, vissuti così intensamente che sembravano una vita. Il Messico con il gelato al mais di Mérida, l’immersione in mare aperto con gli squali balena; l’Honduras con la convivenza stretta sull’isola di Chachauate insieme ai Garifuna, il secchio d’acqua per lavarci, l’assenza di energia elettrica e la luce delle nostre mini torce Ferrino. Mi ricordo i bambini con cui facevo i tuffi e le capriole nell’acqua cristallina, con cui condividevo il cocco. Ricordo le immense distese verdi del Guatemala, il mercato colorato di Chichi, le tortillas di mais. Mi tornano alla mente le famiglie dei Kuna, le loro perline colorate, la palafitta improvvisata nella quale abitavamo che ondeggiava di continuo; il suo tetto di paglia. Ricordo il frastuono di Haiti e la sua polvere, le famiglie che vivevano in macchina, i danni del terremoto. Ricordo il sapore del rum cubano, i sigari e i vecchi macchinoni americani con cui attraversavamo il malecòn dell’Havana, cantando a squarciagola.
Quel capitolo, che si tinse di fatica, rinunce e sudore, fu ricompensato però da soddisfazioni, gioia, solidarietà, amicizia e risate. La cosa più bella è vivere tutto questo con delle compagne, proprio loro che quando ti sembra di sprofondare e non ce la fai più, ti guardano dritta in faccia e ti danno la forza per andare avanti. Il Gran Raid del Caribe, che custodirò per sempre nel cuore, si è concluso e ora sono qui per scrivere un nuovo capitolo.
Sono pronta per godermi l’affascinante Parigi, che mi fece sognare da bambina e che non riuscì poi più a rivedere; a volare a Los Angeles, correre sulle spiagge di Venice, abbracciare l’Oceano in Polinesia, gustarmi i colori e le luci di Tokyo. Insomma, sono carica di energie e voglio, come una spugna, assorbire tutto ciò che c’è di positivo e bello, tutto ciò che si possa imparare e trasformare in emozione, per trasmetterlo a voi e per sentirlo sulla pelle. Perché le cose se non le senti non servono a niente, ma quando parlano dritte all’anima, sono tutto.

Michela

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